Assolo
~ Apri il racconto in una nuova finestra ~
L'aria è limpida.
La voce ocra di un pianoforte l’attraversa. Mi avvolge con la solita, morbida sensualità, ispida a tratti; flette il mio animo, senza spezzarlo - lo increspa, come una brezza gentile. Lascio che operi, senza intralciarla; so che rompere il silenzio significherebbe dissanguarla… renderla inopportuna, quasi.
Conosco le mani che la suonano. Le dita rapide e sottili che accarezzano i tasti – le vedo come se le avessi davanti, minute in quell’immensità d’un bianco affilato, d’un nero gelido. Vedo il modo in cui sfidano quella geometria senza nome, beffano il comune ordine del mondo; una melodia che disegna una linea curva, sottile. Brividi rapidi m’attraversano la pelle, amplificano spietatamente il mio silenzio.
Lui non sa, mi dico. Non sa che mi manca il respiro ad ogni pausa; non sa che la fine del suo pezzo segnerà anche la mia fine, un decesso senza ritorno.
Perché è così. E’ una vertigine di disperazione che mi assale, quando le sue mani abbandonano i tasti. Come un avicoltore a malincuore raduna i suoi animali e li ingabbia, dopo un’unica ora d’aria, io… oh, no. Come il crepuscolo svanisce assieme al sole che è costretto a inseguire per l’eternità, in un tintinnio di catene d’argento; così, in un momento di vuoto sordido e inascoltato, cesso di essere.
Lotto contro ogni lacrima. Afferro le parole che mi si dibattono tra le tempie, tento di dar loro un colore plausibile, poi – senza più forza, le rovescio su carta bianca. Ho il timore di contaminarla.
La carta non le assorbe. Nemmeno le rigetta. Se ne imbeve, si bagna sino a impastarsi.
Sentimenti difficili da discernere m’invadono; paura, forse. Paura, e che altro…?
Ho male al cuore.
Chiamo aiuto attraverso ogni stanza, ma non ho dimenticato. La mia voce è minuta, e sono io ad aver murato queste stanze, ognuna di esse; o forse, questo è quanto mi è stato fatto credere.
Sento l’eco della mia debolezza, e null’altro; colori esterni si adagiano sulle pareti. Nero. Ruggine. Di nuovo, ocra rossa… conosco quest’anima, questo palpito.
Dei passi. Ritmici, armonici. Qui…? Si susseguono lentamente.
Col respiro che ancora mi resta, disegno immense figure sul soffitto che mi sovrasta. Le muovo con un soffio, guardandole ondeggiare. Sembrano immagini proiettate dai disegni su di una lampada.
Una figura in nero si delinea sulla soglia. Chiusa. Un viso che non conosco. E’ un attimo; braccia sconosciute mi si serrano ai fianchi, accarezzano le mie spalle. Vorrei dibattermi, eppure… riconosco il tocco. Queste dita. Queste mani.
Sono le mani che quotidianamente mi trafiggono il petto, e dolcemente mi riportano alla luce.
In questa stretta, avverto le ombre di quella voce; i suoi effluvi mi riempiono di tenerezza. Persino le pause acquistano un senso.
D’un tratto so. So di volervi restare.