Nume

 

“Cosa ricordi?”

“Sorrideva”.

“Ecco! Mettilo per iscritto”.

“E’ proprio necessario…?”

“Scherzi? Certo!”

A malincuore, lascio scorrere la mano sul foglio. Una pagina ruvida, candida come nuvola. La penna la solca come fosse spuma d’onda.

Se chiudo gli occhi vedo solo linee curve, d’ogni colore.

“Altro?” biascica, impaziente.

“Ascolta. Devo proprio…?”

“Non dir altro. Pensa a ricordare. Pensa che è stato tutto…” mi sfiora una mano. La sua è d’un gelo irreale. “…trattenuto dalla tua pelle; essa è intorbidata da ogni sensazione provata durante la tua esistenza”.

Il gelo che ha abbandonato su di me persiste, mi si stringe alle dita.

“Sorrideva,” proseguo, incerta, “e… e io… mi sentivo…”

“Su, su! Siete creature ben congegnate, ma mancate di capacità d’espressione”.

“…Felice”.

“Dio!” Alza gli occhi al cielo; vi assicuro che mai imprecazione è stata più appropriata. “Oh, Dio! Nessuno che abbia ancora pensato a far sparire questo salvacondotto, questa… questa sciocca scorciatoia dal vostro vocabolario?”

“Cosa…?”

“Che significa ‘felice’? Felice è chi ha vinto alla lotteria come chi è arrivato primo a una gara di ballo. ‘Felice’! Figurarsi”.

“Come vorresti che dicessi, scusa?”

“Vedi, da noi… l’impalpabile si tasta. Si respira. Si percepisce… con ogni senso, è visibile, tangibile. Se io dicessi che sono ‘felice’, in… nel luogo da cui provengo, insomma, sarebbe come se avessi detto…” indica una farfalla che si leva pigramente in volo oltre la finestra, “che quello è un ‘essere’”.

“Un ‘essere’? E’ una farfalla, e ha le ali azzurre…”

“Ecco, hai afferrato il concetto. Di cosa era composta, questa tua felicità?”

Dò un respiro profondo. Le creature ultraterrene esistono per metterti in difficoltà.

“Di cosa era… composta?”

“Sì”.

Cerco nel bagaglio dei ricordi come un esule in una valigia rattoppata. Sento, in qualche strano modo, che la creatura ha ragione; avverto distintamente ogni frammento di quel mosaico irregolare, come se lo toccassi…

“Febbre. Palpiti rapidi. Qualcosa di sottile, frusciante, fragile… come carta velina. Propositi, forse… progetti”.

“Bene, bene!” esclama, facendo un salto trionfale. “Scrivi tutto, mi raccomando!”

“Suonava… il flauto, e… no, suonavamo. Ci stavamo esibendo, certo! Sì. Volti scuri, in ombra – il pubblico. Luci forti, aggressive… Qualcosa di pesante, come un liquido viscoso e violaceo… ecco, vergogna”.

“Ottimo! Continua”.

“Era… una rappresentazione scolastica, credo. Una cosa molto sciocca, ma noi morivamo di vergogna lo stesso. Baluginii di colori pastello sotto le palpebre. Lo guardavo; ne ero innamorata…”

Si arresta, pensieroso. Sento la sua incontenibile foga frenarsi di schianto.

“Forse questo è meglio che lo ometti,” osserva.

“Dici…?”

“Sì. Ma il resto è perfetto, perfetto! Va’ pure avanti”.

“Negli intervalli tra un pezzo e l’altro, lui diceva… qualcosa di molto sciocco, indubbiamente. Erano… esplosioni di giallo, arancio. Risate. Ridevo come non mai...”

“Bene! Continua ”.

“No, adesso… adesso è troppo difficile. Sono milioni di colori. Celeste, bianco pallido... l’azzurro trepido del cielo; la porpora dei rubini, lo smeraldo delle foglie…. Come infinite visioni sovrapposte, intrecci d’entità illimitate. Ero… con lui, ecco, e, tra quegli scrosci di applausi sordi e di risate, noi eravamo. Io lo sentivo, e… mi mancava il fiato”.

Mi manca il fiato anche adesso, arrivata a questo punto della mia stentata descrizione.

“E’ ottimo,” fa la creatura. “Hai scritto tutto?”

Annuisco.

Solleva il foglio che ho tra le mani con le sue dita candide. Mi è difficile definirla. La sua figura longilinea ricorda quella di una creatura umana, ma sfuma nell’incerto a ogni mio sguardo. Quasi superasse la mia capacità di percezione.

“Ottimo,” sputa in tono secco, “Lassù” – accenna al cielo – “ne faremo… buon uso”.

Si allontana, senza emettere suono; fa per sparire.

“Un momento!” grido, sperando che possa ancora sentirmi. Si arresta.

“Che dimensione è quella in cui vivi, dove l’emozione è denaro?”

Rimane immobile, ma solo per qualche istante. Poi, emette un breve suono argentino. “Non hai creduto per un istante alla storia dell’emissario divino, non è vero?”

“Se fossi un angelo avresti un aspetto da apparizione biblica; avresti grandi ali, riccioli biondi e un lungo peplo bianco. Se fossi la Morte, mi avresti già sfidato a scacchi. In verità me ne rallegro, perchè io non so giocare”.

Trae un respiro profondo.“La mia è una Verità oltre la tua,” dice infine. “Null’altro”.

“Allora - addio…”

“Addio,” mormora, per poi svanire del tutto, lasciando una risonanza incolore dietro di sé.

Subito mi rammarico di non averle detto altro. La vaga creatura ha preteso un tributo ben differente dalla mia vita.

Continuo a osservare la farfalla – unica – che vola oltre la mia finestra, nella sua lenta danza circolare. Le venature sulle sue ali mi ricordano il animo. Cerco il tassello perduto dell’immane mosaico, certa di non poterlo ritrovare.

E’ un dolore lieve e costante, ma posso provare a ignorarlo; “Che dimensione è,” sussurro, “una in cui sia interdetto amare…?”

Gelida e grave la mancanza di una risposta.