Senza Vita

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Intorno a lui la polvere si alzava, leggiadra, nell'aere del sonno perpetuo in cui esibiva la sua sofferenza.
"Come faccio a pensare?" fu una delle domande che da sempre si poneva, senza trovare ne' conforto, ne' risposte.
In lui entrava l'aria della dimenticanza e dell'oblio, viveva nella solitudine dei suoi pensieri.
Al posto del suo occhio destro v'era rattoppato alla buona una pezza, vecchio ricordo di momenti che ora vivevano solamente nei suoi eterei pensieri; sul viso un paio di vecchi occhiali da aviatore nascondevano il suo occhio buono, tondo e nero, innocente come quello di un neonato, triste e sperduto come un masso nero in mezzo a un bianco mare.
Ovviamente non sentiva ne' freddo ne' calore provenire da quella stanza: non era vivo.
Non respirava. Non creava suoni.
L'unica cosa che sapeva fare era creare emozioni, sogni che nessun altro poteva comprendere.
In fondo era morto, non apparteneva al mondo dei vivi. Eppure era cosciente, per qualche motivo poteva osservare dalla finestra un mondo diverso, il mondo che aveva dimenticato molto, molto tempo fa.
Il suo cuore era colmo di gioia, al di la' di ogni dubbio che portava nel suo minuscolo ed immobile cuore. Poter osservare i corvi volare, osservare i raggi del sole entrare nella stanza polverosa, ascoltare il rumore della pioggia che s'abbatte sulla vecchia finestra; tutto gli faceva immaginare un mondo stupendo, un concentrato di emozioni intriso di malinconia.
Gli sarebbe piaciuto poter piangere, ma non poteva farlo: non era vivo. Non sapeva se lo era mai stato.
Il suo cuore era pesante. Ma amava la vita, anche se non ne respirava il flusso. In realta' passava molto del suo tempo in una strana, illogica e malinconica felicita'.

Suoi unici amici, un corvo dalle penne piu' nere della notte e un gatto con una sciarpa intorno al collo.
Gli facevano visita, gli accarezzavano la solitudine e gli portavano conforto. Lui, dimenticato da tutti, felice di vivere nella morte, accoglieva con gioia i suoi unici amici.
"Come faccio a parlare?" si chiese. Ma non riusci' mai ad esprimere parole.
L'unica cosa che poteva fare era trascendere il tempo. Lo sguardo fisso oltre i suoi occhiali da aviatore consumati, verso la finestra. Oltre la sua morte. I suoi ricordi di quando ancora era utile a qualcuno, di quando nacque e si senti' vivo. I suoi amici eterei.
A ripensare a cio', il suo cuore di pezza fece un sussulto, il primo, da sempre.
Poi, l'orsetto di pezza dimenticato da tutti continuo' a lungo a rimirare oltre la finestra, chiedendosi nuovamente perche'.