Vetro

(Immaginazioni)

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Sognavo di volare, di cadere giù dal cielo, di poter librare le mie possenti ali, per poi vivere quegli istanti nell'azzurro celeste. Sognavo di poter comandare i venti, di poter diventare il padrone assoluto delle nuvole. Nella mia mente immaginavo di poter cavalcare il tramonto, per poi fuggire nelle eterne costellazioni della notte, correndo verso la fredda aurora del nord.
Le mie ali trasportavano la leggera possanza dell'aria mattutina, per poi raggelare nelle fredde notti d'inverno. In quelle d'estate la brezza mi baciava dolcemente, immergendomi poi nella foschia del mattino.
Sognavo di cieli sconosciuti, di storie inimmaginate, di leggende volanti. Anche di mostri, eroi, nemici e battaglie. Tuttavia ciò che mi rimaneva impresso era quel senso di libertà assoluta, indescrivibile a parole. Il mio spirito nei sogni si fondeva con i colori dell'arcobaleno, con la cristallina musica del mondo. Le maschere erano inesistenti, i desideri spariti nell'oblio dell'immaginazione che cingeva il mio animo, atti quasi a incatenarlo con fili invisibili ed indistruttibili.
Mi dicevo di andare sempre più lontano, oltre, verso l'orizzonte cristallino. Mi dicevo di sognare sempre più, di spingere le mie sensazioni verso nuovi sogni e nuovi cieli. Volavo lontano, al di sopra di tutti, con la coscienza che il mio animo possa librarsi davvero nell'aere, un giorno.
La mia mente poteva sentire la pressione di questi sogni. Per interi anni ho respirato queste emozioni, credendo di vivere in una realtà tangibile, dove le sensazioni contano di più di uno sguardo fuggitivo verso il cielo. Fino a quando, un giorno, sognai di cadere. Le mie ali si spezzarono, e il paesaggio cristallino andò in mille pezzi, frantumandosi, mentre la dolce melodia si spezzava.
Caddi nel vuoto, mentre il mio sguardo osservava il sole e il blu del cielo, mentre essi si rendevano sempre più piccoli e lontani, nell'immensità del cielo. Il cuore batteva forte, e conobbi la paura della morte. Le mie ali sanguinarono e si sgretolarono durante la caduta in un abisso senza fine. Fino a quando il paesaggio si trasformò da blu a scuro, quasi completamente nero. Solo alcuni edifici erano grigi, grattacieli stilizzati nel cuore di sentimenti terribili che mi cingevano l'animo, nella terribile morsa dell'orrore che marciva dentro di me.
Sentii delle urla, ed urlai. Sentivo correre qualcuno dietro di me, e corsi. Sentii l'odore e il rumore del sangue nero che fluiva tutto intorno a me, e sanguinai.
Senza accorgermene, raggiunsi una strada che andava in verticale, verso il cielo nero. Finii di cadere, o forse mi aggrappai... non ricordo. Misi piede sulla strada, e mi mossi strisciando.
Strisciai così tanto, ma il cielo non lo raggiunsi mai. Dentro di me bruciava il desiderio di rivederlo, e di riaccarezzare la sua dolcezza, la stessa gioia che ho così tanto amato nella mia esistenza. Per gelosia la bramavo, tentando di cingerla solamente al mio animo, e a nessun altro. La mia maschera mi condannò a questo peso eterno.
Caddi nel buio, e non mi rialzai. Strisciai nuovamente, e finii in una piccola piazza, con ombre che si muovevano, come se fossero persone reali. Mi ricordai della realtà, nel mio sogno non c'era spazio per gli altri.
Non fecero caso a me, e strisciai. Sulla statua informe c'era un grosso corvo che mi guardava con occhi corvini e un nero becco consumato. Mi guardò. Aprì le ali, ma al posto delle piume nere trovai solo il loro scheletro. Urlò gracchiando, ed tutte le ombre si voltarono, urlando a loro volta.
Tentò di prendere il volo, e ci riuscì. Volava senza le ali. Poteva farlo.
Mi guardò quasi ridendo dall'alto in basso, come se io fossi una patetica creatura, facendosi beffe di me. Io non potevo più volare.
Si alzò in volo, mi si caricò contro, prendendo la rincorsa. Voleva uccidermi.
Mi riparai con le braccia, e chiusi gli occhi, sperando per la vita. Una vita non in un sogno, ma prima del sogno. Sentii un rumore di vetri rotti, riaprii gli occhi, e il corvo si era frantumato. Come un bicchiere di vetro caduto sul pavimento.
Tutt'intorno a me lo scenario ruotava, velocemente. Le ombre e lo scuro velocemente danzavano. Mi accasciai per il dolore, poi riaprii gli occhi.
Mi guardai a quel pezzo di vetro, lo specchio, che era davanti a me, mentre ansimavo.
“Buongiorno” mi dissi. “per quanto ho dormito?”
L'infermiera era intenta a raccogliere i cocci di vetro del bicchiere che le era caduto pochi minuti prima. Mi vide, lanciò un urlo, e scappò via.
Notai che nella finestra riflessa dallo specchio c'era un grande corvo. Mi guardava nello specchio con odio, e io lo scrutai. “Venti anni di sogni” mi dissi “sembrano almeno cento. Come sei cambiato.”
Il corvo gracchiò, e mi voltai velocemente, verso la finestra. Era scomparso.
Di lui rimaneva solo una piuma gelida al tocco sul cornicione, insieme alla paura di cadere di sotto. Guardai il cielo blu dalla finestra, poi mi riposai nel letto di quell'ospedale, sognando di volare in cielo, ma con la terra molti metri sotto i miei piedi, leggeri come un soffio di vento.